2007 - Maurizio Scudiero: Il viaggio - nicoletta veronesi

Il viaggio

Il Viaggio si risolve in genere come un mero spostamento "fisico", e non se ne coglie invece l'intrigante aspetto fenomenologico. 

In questa mostra il lavoro di Nicoletta Veronesi potrebbe essere un valido ausilio per capire che cosa un viaggio, l'approccio con un'altra cultura, con un'altra latitudine, possa produrre nell'immaginario di un artista. Un viaggio, per un artista, diviene immediatamente un evento percettivo, proprio perché è in primo luogo la percezione di una realtà "aliena" a quella usuale che s'impone. Si tratta di una percettività che non fa leva sul concetto di esotico (l'Estremo oriente, l'Africa, ecc.) ma piuttosto sull'impatto psico-emotivo di fronte ad organizzazioni spaziali e sociali, a suoni ed odori, a lingue e rumori, che non ci sono familiari. Ecco allora che il " pic-nic sull'erba del Central Park" di Nicoletta Veronesi, con i grattacieli dell'Upper West Side quale fondale, sebbene non esotico, non è propriamente come essere a Villa Borghese a Roma, o nel parco di una qualsiasi città italiana. Se poi dal cielo piovono "fiori" o "gocce di luce" allora il fattore "straniante" diviene un ulteriore elemento che c'induce a cercare di andare oltre la "fisicità" del luogo, per coglierne appunto tutte quelle suggestioni "sottili" che una visione appiattita sull'esteriorità delle forme non ci potrebbe offrire.

Inoltre, ciò che per il viaggiatore-turista è materiale da scartare ("Toh, guarda queste foto: sono tutte mosse, da buttare!"), per il viaggiatore-artista è invece un fattore "qualificante", e quasi sempre "voluto e provocato".

Infatti se prendiamo una foto perfetta dell'Empire State Building di un viaggiator- turista essa sarà "solo" quello che è: una foto dell'Empire State Building, come ce ne sono su tutti i libri. Ma se prendiamo la stessa foto, mossa e sfocata volutamente dal viaggiatore-artista, essa ci darà, paradossalmente, più informazioni: innanzitutto che chi ha scattato quella foto si stava muovendo "dentro la città", e, non secondario, che il soggetto della foto non era tanto il famoso grattacielo, ma un qualcosa che non si può fotografare, ma solo sottintendere o suggerire, e cioè l'idea del movimento, il dinamismo dei futuristi, che è il fondamento del viaggiare.

Ecco allora come il differente approccio al medesimo tema può sortire effetti sia visivi sia di significazione del tutto diversi. Secondo questa declinazione, ci appare quindi persino ovvio che quegli enormi e slanciati scatolon di ferro e vetro, anziché semplici grattacieli divengano "grattacieli con le ali"( Skyscrapers have wings), cioè che il loro vivere protesi verso il cielo li renda più vicini alle creature dell'aria, piuttosto che a quelle della terra.

E ancora, per il viaggiatore-artista ( non potrebbe essere altrimenti) i luoghi che visita, i paesaggi che ammira, possono tranquillamente assumere i colori più innaturali, proprio perché la sua non è una percezione ottica, ma esteticamente filtrata. Non sono gli occhi fisici quelli che" vedono" ma quello che il filosofo Fritjof Schuon definiva proprio "L'Oeil du Coeur", per l'appunto l'Occhio del Cuore, cioè un organo virtuale, ricettivamente sensibile ai valori simbolici della "forma architettonica" ed al suo impatto "psico-emotivo". 

                                                                                                Maurizio Scudiero


Powered by SmugMug Log In